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Grecia Albania

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Relazione Campagna di Grecia 9° Reggimento Alpini
           
(grazie alla Sezione di Piacenza)

 

Campagna italiana di Grecia

La Campagna italiana di Grecia ebbe inizio il 28 ottobre 1940, quando le truppe del Regio Esercito italiano, partendo dalle proprie basi albanesi, entrarono in territorio ellenico. Le forze greche riuscirono a contenere l'offensiva iniziale italiana e successivamente anche a contrattaccare. La guerra di posizione in montagna si trascinò fino all'aprile 1941, quando i tedeschi, con una blitzkrieg, invasero la Jugoslavia e la Grecia, costringendole in poco tempo alla capitolazione.

Indice  

1 Cause
2 L'ultimatum
3 Forze contrapposte nella fase iniziale del conflitto
4 Fasi degli scontri
4.1 Offensiva iniziale italiana (28 ottobre 1940 - 13 novembre 1940)
4.2 Controffensiva greca e stallo (14 novembre 1940 - 8 marzo 1941)
4.3 La seconda offensiva italiana e l'attacco tedesco (9 marzo 1941 - 23 aprile 1941)
5 La delimitazione delle zone di occupazione
6 Note
7 Bibliografia
8 Voci correlate
9 Altri progetti
10 Collegamenti esterni

Cause

La Grecia era un paese tradizionalmente e storicamente legato alla Gran Bretagna, con un re anglofilo ma governata da un regime nazionalista, ideologicamente molto vicino al fascismo, da cui aveva mutuato anche diverse esteriorità come, per esempio, il saluto romano, con a capo Ioannis Metaxas.
I primi attriti tra l'Italia e la Grecia risalivano all'agosto del 1923, quando una commissione guidata dal Generale Enrico Tellini, incaricata di delimitare il confine tra l'Albania e il paese ellenico, venne massacrata nei pressi di Ioannina. I rapporti tra le due nazioni divennero particolarmente tesi e portarono anche alla temporanea occupazione da parte di truppe italiane dell'isola di Corfù. Successivamente i rapporti tra i due paesi si normalizzarono, fino ad arrivare nel 1928 alla firma di un trattato di amicizia tra i due paesi, trattato che però nel 1939 non venne rinnovato a causa dell'annessione dell'Albania al regno d'Italia e al desiderio greco di mantenere il proprio atteggiamento il più neutrale possibile dopo lo scoppio della Seconda guerra mondiale.
Nella decisione di attaccare la Grecia, Mussolini aveva preso in considerazione diversi aspetti politici: dopo le sfolgoranti vittorie ottenute dall'esercito tedesco, occorreva controbilanciare il peso sempre maggiore assunto dalla Germania nazista di Hitler all'interno del Patto d'Acciaio; inoltre, secondo i comandi militari, conquistare una base come la Grecia e le sue isole avrebbe contribuito a rafforzare notevolmente la presenza italiana nel Mediterraneo orientale; infine Mussolini, influenzato dal suo ministro degli Esteri Ciano che vantava amicizie tra le personalità influenti del governo greco, riteneva che l'invasione sarebbe stata favorita dalla corruzione della dirigenza politica ellenica, che avrebbe al momento giusto operato per un rovesciamento del governo stesso.
Già da luglio lo Stato Maggiore dell'Esercito, in vista di un possibile conflitto nei Balcani contro la Grecia o contro la Jugoslavia, aveva studiato vari piani di intervento. Nell'ipotesi che le forze armate italiane attaccassero da sole il paese ellenico venne concluso che occorressero almeno venti divisioni, con i relativi rifornimenti necessari a sfamare e far combattere una così notevole massa d'uomini, da dislocare in Albania già prima dell'inizio delle operazioni. Una seconda versione del piano si limitava a considerare la sola invasione dell'Epiro e delle Isole Jonie e partiva dal presupposto che si avverasse almeno una delle seguenti ipotesi:
Decisione greca di non opporsi all'occupazione;
Intervento dell'esercito Bulgaro in Tracia;
Quest'ultimo studio valutava in undici Divisioni le forze necessarie a portare a termine l'operazione. Da questo documento venne poi derivato il piano operativo italiano, denominato Esigenza G. L'11 agosto il ministro degli esteri Ciano convocò a Roma il generale Visconti Prasca, comandante delle truppe italiane di stanza in Albania, e gli rivelò che il duce intendeva occupare la Ciamuria raccomandandogli che le sue forze fossero pronte entro la fine del mese. Il giorno successivo, Mussolini stesso gli chiese se i reparti alle sue dipendenze fossero sufficienti per invadere l'Epiro, il Prasca si disse ottimista a patto di eseguire l'operazione entro poco tempo. Tutto questo avveniva all'insaputa dello Stato Maggiore dell'Esercito, e lo stesso capo di Stato Maggiore Generale Maresciallo Badoglio ne ebbe notizia da Visconti Prasca solo dopo l'incontro di questi con il duce. Cosciente delle difficoltà alle quali si sarebbe andati incontro sottovalutando l'operazione, il 17 agosto il maresciallo Badoglio invitò Visconti Prasca ad eseguire solo gli ordini impartiti dai vertici dell'esercito.
Nel frattempo la tensione cresceva, l'11 agosto la stampa italiana iniziò a dedicare articoli alla figura di Daut Hoggia, un ciamuriota ricercato per un lungo elenco di delitti dalle autorità greche, che venne trovato ucciso in quel periodo, presentandolo come un patriota che lottava per l'indipendenza della Ciamuria dalla Grecia.[12] Pochi giorni dopo, il 15 agosto 1940, mentre nel porto della piccola isola di Tinos iniziava una tradizionale e popolarissima celebrazione dedicata al culto della Madonna, il sommergibile italiano Delfino lanciò tre siluri, affondando il vecchio incrociatore posamine greco Elli (che partecipava in rappresentanza del Governo greco alla festività) provocando anche un morto e vari feriti. L'Italia tuttavia respinse l'accusa di aver aggredito proditoriamente un paese neutrale. L'11 ottobre Mussolini venne informato che truppe tedesche sarebbero entrate in Romania e, furente per non essere stato consultato da Hitler, che pure gli aveva raccomandato di non programmare alcuna forma di intervento nei Balcani, decise di dare il via al piano per l'occupazione dell'Epiro. Il 14 ottobre, Mussolini, in un incontro riservato a Palazzo Venezia comunicò a Badoglio e a Roatta (sottocapo di Stato Maggiore dell'Esercito), l'intenzione di dichiarare guerra alla Grecia, i due generali fecero presente al Capo del governo l'esigenza di impiegare almeno venti divisioni, per il cui trasferimento in Albania sarebbero stati necessari almeno altri tre mesi.[14].
Ma già il 15 ottobre 1940 a Palazzo Venezia, nel corso di una riunione segreta, alla quale erano presenti Mussolini, Ciano, Badoglio, Roatta, Visconti Prasca, Soddu e Jacomoni, quest'ultimo in veste di luogotenente del re in Albania, venne deciso che l'attacco avrebbe avuto luogo il 26 dello stesso mese, data che successivamente venne posticipata di due giorni. Venne quindi stilato un ultimatum che l'ambasciatore italiano ad Atene, Emanuele Grazzi, avrebbe dovuto consegnare al primo ministro greco poche ore prima dell'offensiva.
Estratto della riunione del 15 ottobre 1940
« Mussolini: Quante forze avete?
Visconti Prasca: Circa 70.000 uomini, oltre ai battaglioni speciali. Rispetto alle truppe che ci sono di fronte - circa 30.000 uomini - abbiamo una superiorità di due ad uno.
Mussolini: E per quello che riguarda i mezzi : carri armati, difese campali del nemico?
Visconti Prasca: L'unica preoccupazione è costituita dall'aiuto che potrebbe essere dato all'avversario dell'aviazione inglese, giacché quella greca, per me, non esiste. Per quanto riguarda il fronte di Salonicco bisogna fare qualche riserva a causa dell'andamento stagionale. Si potrebbe dare corso all'azione nell'Epiro.
Mussolini: L'azione su Salonicco è importante, perché bisogna impedire che diventi una base inglese.
Visconti Prasca: Per questa azione ci vuole un certo tempo. Il porto di sbarco è Durazzo, che dista da Salonicco circa 300 chilometri. Occorreranno perciò un paio di mesi.
Mussolini: Tuttavia si può impedire agli inglesi di sbarcare a Salonicco. È importante che anche su questo fronte avviate due divisioni, perché potrebbe determinarsi il concorso bulgaro.
Visconti Prasca: Anche per iniziare la marcia su Atene la base di tutto è l'occupazione dell'Epiro e del porto di Prevesa.
Mussolini: E l'occupazione delle tre isole : Zante, Cefalonia e Corfù?
Visconti Prasca: Certamente.
Mussolini: Queste azioni debbono essere svolte contemporaneamente. Conoscete quale sia il morale dei soldati greci?
Visconti Prasca: Non è gente che sia contenta di battersi »

Non risulta, dai verbali della riunione, che il Maresciallo Badoglio abbia posto alcuna obiezione, approvando passivamente l'intervento militare. Alla riunione del 15 ottobre mancavano invece i massimi rappresentanti dell'Aviazione e della Marina: il generale Pricolo e l'ammiraglio Cavagnari, quando vennero informati della decisione presa, i due protestarono ed ebbero dalla loro parte anche il generale Roatta. Recatisi il 17 mattino da Badoglio per esprimere la loro unanime contrarietà all'impresa, ebbero da quest'ultimo l'impegno a chiedere una nuova riunione in cui potessero esprimere a Mussolini le proprie perplessità, ma l'unico risultato che ottennero fu la decisione di posporre l'inizio dell'offensiva di due giorni.

L'ultimatum

Alle 3:00 del mattino del 28 ottobre, come stabilito, Grazzi si presentò alla villa di Kifisià ove risiedeva Metaxas, per presentargli il testo dell'Ultimatum italiano. Nel documento, riferendosi alla neutralità della Grecia nei confronti dell'Italia, si intimava al governo greco di consentire alle forze italiane di occupare, a garanzia di questa neutralità e per la durata del conflitto con la Gran Bretagna, alcuni punti strategici in territorio greco. Veniva però specificato che "ove le truppe italiane dovessero incontrare resistenze, tali resistenze saranno piegate con le armi e il governo greco si assumerebbe la responsabilità delle conseguenze che ne deriverebbero". Il termine ultimo per l'accettazione delle richieste italiane erano le 6:00 del mattino dunque, anche se Metaxas avesse voluto esaudirle, non avrebbe avuto il tempo materiale per avvertire il re e il consiglio dei ministri e impartire gli ordini a tutte le guarnigioni di frontiera. Terminato di leggere il documento Metaxas diede la sua risposta: «Alors, c'est la guerre». Quella mattina le truppe italiane di stanza in Albania varcarono il confine, avanzando su un fronte di 150 km dal monte Grammos al mare.
Forze contrapposte nella fase iniziale del conflitto

La ripartizione delle forze italiane in campo era la seguente:
Nella zona dell'Epiro erano presenti 24 battaglioni (di cui 6 di camicie nere di ridotta efficienza):
il Raggruppamento Litorale (circa 5000 uomini), costituito dal 3º Reggimento dei Granatieri di Sardegna, da alcuni squadroni di cavalleria appartenenti al 7º Reggimento Lancieri di Milano e al 6º Reggimento Lancieri di Aosta, rinforzati da alcune batterie e da qualche centinaio di albanesi;
il XXV Corpo d'Armata della Ciamuria con alle proprie dipendenze:
la 51a Divisione di fanteria Siena (9.000 uomini);
la 23a Divisione di fanteria Ferrara (16.000 uomini, di cui 3.500 albanesi);
la 131ª Divisione Corazzata Centauro (4.000 uomini con, in teoria, 163 carri armati leggeri);
Di fronte alla Macedonia Occidentale in posizione difensiva stazionavano 16 battaglioni (di cui uno di mitraglieri, uno di carabineri ed uno di camicie nere):
il XXVI Corpo d'Armata con a disposizione:
la 49a Divisione di fanteria Parma (12.000 uomini);
la 29a Divisione di fanteria Piemonte (9.000 uomini) in seconda schiera, per il cui utilizzo, il comandante del XXVI Corpo d'Armata Generale Nasci, doveva richiedere l'autorizzazione al comando delle forze armate d'Albania;
Nella zona del Pindo, al centro dello schieramento, la 3a Divisione Alpina Julia, su 5 battaglioni;
In totale circa 45 battaglioni, nella zona della Macedonia Occidentale stava inoltre affluendo dalla frontiera con la Jugoslavia la 19a Divisione di fanteria Venezia (10.000 uomini), il cui 83º Reggimento, primo reparto della divisione ad arrivare in zona d'operazioni, completò il trasferimento il 30 di ottobre. Con il profilarsi del fallimento dell'offensiva, venne deciso di rischierare alla frontiera greca anche la 53a Divisione di fanteria Arezzo, inizialmente lasciata a copertura del confine con il regno di Jugoslavia.
Da parte loro, i greci contrapponevano in prima schiera, invece, i seguenti reparti:
In Epiro l'8a Divisione rinforzata dalla 3a Brigata di fanteria e da una di artiglieria, su 15 battaglioni, cui andavano però aggiunti i reparti da posizione;
Nella Macedonia Occidentale la 9a Divisione di fanteria e la 4a Brigata, su 22 battaglioni;
Nella zona del Pindo un distaccamento, su 2 battaglioni;
In totale 39 battaglioni, truppe già mobilitate e che potevano essere rinforzate in maniera piuttosto veloce attingendo ai reparti di riserva o che stazionavano in prossimità del confine con la Bulgaria e la Turchia, paesi che avevano dichiarato la propria neutralità, di fatto nel giro di una settimana il comando greco poté cominciare a far entrare in azione le forze di due corpi d'armata.

Fasi degli scontri
Offensiva iniziale italiana (28 ottobre 1940 - 13 novembre 1940)


Mappa dell'offensiva iniziale italiana, dal 28 ottobre al 13 novembre 1940
Gli italiani attaccarono la mattina del 28 ottobre, respingendo le poche truppe lasciate dai Greci a presidio della zona subito a ridosso del confine. Le Divisioni Ferrara e Centauro, mossero verso Kalpaki, mentre il Raggruppamento Litorale avanzava alla loro destra lungo la costa, assicurando poi una testa di ponte oltre il fiume Kalamas. L'avanzata progrediva lentamente a causa delle pessime condizioni ambientali (era una mattina piovosa), con i carri L3 in grave difficoltà sulle colline e sulle piste invase dal fango.
Il 31 ottobre il bollettino numero 146 del Comando Supremo italiano annunciava: «Le nostre unità proseguendo l'avanzata nell'Epiro hanno raggiunto il fiume Kalamas in vari punti. Le sfavorevoli condizioni atmosferiche e le interruzioni create dal nemico in ritirata non rallentano il movimento delle nostre truppe». In realtà l'offensiva italiana si muoveva con difficoltà e senza il vantaggio della sorpresa, mentre anche l'apporto dell'aviazione veniva meno a causa del brutto tempo; la leadership era incerta e divisa da rivalità personali; le condizioni avverse del mare resero impossibile il previsto sbarco a Corfù.
Entro il 1 novembre, dopo quattro giorni, gli italiani avevano preso Konitsa e raggiunto la principale linea fortificata greca. In quello stesso giorno, il Comando supremo italiano assegnò al teatro albanese la priorità su quello africano. Nonostante i ripetuti attacchi, gli italiani non riuscirono a spezzare le difese greche nella Battaglia di Elaia-Kalamas, e il 9 novembre gli attacchi vennero sospesi.
Una minaccia maggiore per lo schieramento difensivo greco proveniva dall'avanzata dei circa 10 000 uomini della 3ª Divisione Alpina Julia sulle montagne del Pindo in direzione di Metsovo, posizione strategica la cui conquista avrebbe permesso di separare le forze greche dell'Epiro da quelle presenti in Macedonia. A causa del pericoloso movimento offensivo della Divisione Alpina lo Stato Maggiore Greco inviò in rinforzo al settore il II Corpo d'Armata. Gli italiani, dopo aver percorso 40 km di terreno montuoso sotto un tempo inclemente, il 2 novembre riuscirono a catturare Vovousa, 30 km a nord dell'obiettivo Metsovo, ma era ormai chiaro che non avevano abbastanza forze e rifornimenti per proseguire l'avanzata dopo l'arrivo delle riserve greche.
A partire dal 2 novembre, i contrattacchi greci portarono alla riconquista di diversi villaggi, tra cui Vovousa, e riuscirono quasi a concludere un accerchiamento della Julia. Nei giorni successivi gli alpini combatterono in terribili condizioni meteo e sotto la pressione costante della divisione di cavalleria greca guidata dal generale Georgios Stanotas. L'8 novembre, il generale Mario Girotti, comandante della divisione Alpina, ricevette l'ordine di far ripiegare le proprie truppe in direzione di Konitsa, attraverso il monte Smólikas. Dopo aspri combattimenti, il 10 novembre gli alpini riuscirono a completare la ritirata, raggiungendo la cittadina di Konitsa e sottraendosi così all'accerchiamento. A partire dal 13 novembre la zona di confine fu liberata della presenza italiana, ponendo fine alla "battaglia del Pindo" con una completa vittoria greca.
L'inattesa resistenza greca colse il Comando supremo italiano di sorpresa. Diverse divisioni furono spedite il più in fretta possibile, naturalmente nei limiti consentiti dalla scarsa ricettività dei porti di arrivo, in Albania, e si fece anche ricorso all'aviotrasporto, mentre i piani per gli attacchi sussidiari alle isole greche vennero definitivamente cancellati. Infuriato per la mancanza di progressi, il 9 novembre Mussolini avvicendò il comandante del Gruppo di Armate d'Albania sostituendo Prasca con il generale Ubaldo Soddu, già vice-ministro della guerra e vice-capo di Stato Maggiore Generale. Al suo arrivo, Soddu ordinò alle sue forze di attestarsi sulla difensiva. Era chiaro che l'invasione italiana era fallita.
Il 10 novembre 1940, si tenne una riunione tra Mussolini e i Capi di stato maggiore. In tale occasione il Maresciallo Pietro Badoglio fu insolitamente polemico: non poteva essere addebitata alcuna colpa né allo stato maggiore Generale, né a quello dell'esercito che, sin dal 14 ottobre avevano fatto presente i tempi e i modi necessari per portare a compimento l'intervento con sicurezza, senza essere ascoltati. Mussolini non replicò, ma, nei giorni successivi, Badoglio fu oggetto di aspre critiche da parte del gerarca Roberto Farinacci, sul quotidiano "Regime Fascista". Il Maresciallo presentò allora le dimissioni dalla carica di Capo di Stato Maggiore Generale, che ricopriva ininterrottamente da oltre quindici anni. Il 4 dicembre 1940 le dimissioni furono accettate da Mussolini, che nominò al suo posto il generale Ugo Cavallero.
Le truppe impegnate nella campagna includevano diverse migliaia di soldati di etnia albanese che prestavano servizio in battaglioni albanesi aggregati alle divisioni italiane oppure raggruppati nella Milizia Fascista Albanese, che faceva capo alla Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (le “Camicie nere”). La loro performance non fu decisamente brillante, essendo caratterizzata da sbandamenti, passaggi di interi reparti al nemico con conseguente cessione di settori di fronte, e da un altissimo numero di diserzioni, come conseguenza i comandanti italiani, tra cui Mussolini, in seguito utilizzeranno i reparti albanesi come capro espiatorio per il fallimento dell'invasione.

Controffensiva greca e stallo (14 novembre 1940 - 8 marzo 1941)


Controffensiva greca, dal 14 novembre 1940 a gennaio 1941


Un'immagine emblematica della campagna di Grecia, un alpino con il suo mulo coperti dal fango.
L'inattività alla frontiera bulgara permise al Comando Supremo greco di trasferire la maggior parte delle proprie truppe verso il fronte albanese. Il 14 di novembre il Generale Alexandros Papagos, forte di una superiorità di 250.000 uomini contro circa 150.000 italiani, lanciò la sua controffensiva. L'attacco, portato in direzione di Coriza, sfondò le difese italiane il 17, la stessa Coriza cadde il 22. Il Comando Italiano, conscio della gravità della situazione, ordinò alle proprie truppe di ripiegare e attestarsi lungo una nuova linea difensiva. La manovra aveva lo scopo di accorciare sensibilmente il fronte per permettere di raggruppare i pochi reparti disponibili in modo da cercare di contenere l'offensiva ellenica.
In questo frangente Mussolini pronunciò la frase:
« Dissi che avremmo spezzato le reni al Negus. Ora, con la stessa certezza assoluta, ripeto assoluta, vi dico che spezzeremo le reni alla Grecia. »
(Benito Mussolini, 18 novembre 1940)
Il 4 dicembre il generale Soddu nel corso di una telefonata con il generale Guzzoni, dichiarandosi pessimista sulle possibilità italiane di contenere l'offensiva ellenica, prospettò una soluzione politica per la guerra in corso, Mussolini interpretò le parole come la richiesta della firma di un armistizio con la Grecia. Nell'occasione il duce dichiarò ai suoi collaboratori:
« Piuttosto che chiedere l'armistizio alla Grecia è preferibile partire tutti per l'Albania e farci uccidere sul posto »
(Benito Mussolini)
I Greci avanzarono in Epiro, e dopo duri combattimenti catturarono il porto di Santi Quaranta, seguito dalle cittadine di Pogradec, Argirocastro e Himara alla vigilia di Natale, occupando praticamente l'intera area meridionale dell'Albania. L'esercito ellenico, di lì a poco, riuscì anche ad impadronirsi del passo di Klisura di grande importanza strategica.
Tuttavia i Greci non furono in grado di sfondare verso Berat, mentre la loro offensiva portata in direzione di Valona non riuscì. Entro la fine di gennaio del '41, avendo gli italiani riguadagnato la superiorità numerica sul campo, la spinta offensiva greca ebbe termine.

La seconda offensiva italiana e l'attacco tedesco (9 marzo 1941 - 23 aprile 1941)
  Per approfondire, vedi la voce Operazione Marita.


Fasi finali della guerra, aprile 1941


Alpini del Battaglione Alpini Sciatori "Monte Cervino" in Albania italiana sul Mali Trebeshines con il caratteristico completo da neve bianco
Il fronte si stabilizzò, in quanto entrambi gli avversari non erano abbastanza forti per modificare lo stallo che si era venuto a creare. I greci, nonostante i successi ottenuti, si trovavano ora in una situazione pericolosa, avendo dislocato 15 delle loro 21 Divisioni sul fronte albanese, lasciando così relativamente scoperta la linea fortificata posta a difesa del confine con la Bulgaria, zona da cui sarebbe poi partito l'attacco tedesco.
Gli italiani, dal canto loro, volendo ottenere qualche successo sul fronte albanese prima dell'imminente intervento tedesco, ammassarono le loro forze per lanciare una nuova offensiva, denominata in codice "Primavera". Sotto la supervisione personale di Mussolini venne portato un attacco in direzione della Val Desnizza con obiettivo il passo di Klisura. L'assalto, durato dal 9 al 16 marzo, non riuscì però nell'intento di sfondare la linea di difesa ellenica e ottenne solo piccoli successi: come la conquista dell'Himara, dell'area del Mali Harza e del monte Trebescini vicino a Berat[26]. Da quel momento fino al 6 aprile, quando ebbe inizio l'attacco tedesco, non vi furono più variazioni significative del fronte.
In previsione dell'attacco tedesco, i britannici e alcuni alti esponenti greci sollecitarono l'arretramento dell'esercito dalle posizioni tenute in Albania, in modo da concentrare le truppe per contrastare in maniera più efficace l'offensiva nazista. Tuttavia, un sentimento d'orgoglio nazionale prevalse sulle leggi della logica militare e non si vollero abbandonare le posizioni duramente conquistate. Pertanto la maggior parte del esercito greco venne lasciato in Albania, mentre l'attacco tedesco si avvicinava.
Il 6 aprile la Wehrmacht diede inizio alle operazioni belliche contro la Jugoslavia e la Grecia, di conseguenza a partire dall'8 aprile i greci ripresero la loro offensiva contro gli italiani, contando sul concomitante appoggio delle forze armate Jugoslave, ma senza risultati. Già dal 12 aprile, il Comando Supremo greco, allarmato per la rapida avanzata delle truppe tedesche, ordinò di ritirarsi dall'Albania. Il 14 i reparti Italiani, impegnati in continui scontri con le retroguardie greche, ripresero Coriza, seguita da Ersekë tre giorni dopo. Il 19 aprile gli italiani raggiunsero le coste greche del Lago di Prespa e il 22 aprile una compagnia del 4º Reggimento Bersaglieri arrivò al ponte di Perati.
La Jugoslavia si arrese il 17 aprile, mentre il giorno dopo reparti motorizzati della SS Leibstandarte Adolf Hitler catturarono il Passo di Metsovo. Il 19 aprile i tedeschi presero anche Ioannina, completando così l'accerchiamento delle due armate greche schierate contro gli Italiani. Consapevole di quanto fosse disperata la situazione, il 20 aprile il Tenente Generale Georgios Tsolakoglu, in accordo con diversi altri alti ufficiali, ma senza l'autorizzazione del comandante in capo dell'esercito Papagos, offrì la resa alla sola Germania rappresentata dal Generale Sepp Dietrich, cercando così di evitare di dare una soddisfazione simile agli italiani. I termini di resa erano decisamente vantaggiosi: i soldati greci non sarebbero stati presi prigionieri, e gli ufficiali avrebbero potuto mantenere il loro armamento personale. Questi accordi non vennero però ritenuti validi dal comandante delle truppe tedesche in Grecia Feldmaresciallo List, che il 21 stese, e fece ratificare, una nuova versione dell'armistizio in cui veniva indicato che i greci sarebbero stati trattati come prigionieri di guerra. Mussolini, però, infuriato per quell'atto unilaterale, non ne accettò i termini e protestò con Hitler, ottenendo che la cerimonia fosse ripetuta il 23 aprile alla presenza di rappresentanti italiani.
Una delle ultime azioni a cui presero parte dei soldati italiani in questo teatro bellico ebbe come obiettivo il possesso delle isole Ionie, il 28 aprile un nucleo di soldati trasportati sul posto da alcuni idrovolanti accettarono la resa del presidio di Corfù, mentre il 30 aprile elementi del II battaglione paracadutisti si aviolanciarono sull'isola di Cefalonia occupandola, successivamente utilizzando dei natanti trovati in loco presero possesso anche dell'isola di Zante.
Il 3 maggio un'imponente parata tedesco-italiana ad Atene celebrò la vittoria delle potenze dell'Asse.

La delimitazione delle zone di occupazione

 Le zone di occupazione:
        Italiana          Tedesca          Bulgara
 Possedimenti italiani precedenti alla guerra:
        Dodecaneso
Con la firma della resa e la successiva conquista dell'isola di Creta, il paese ellenico venne suddiviso tra le forze italiane, tedesche e bulgare:
la Germania occupò militarmente la Macedonia centrale e orientale con l'importante porto di Salonicco, la capitale Atene, le isole dell'Egeo Settentrionale e parte dell'isola di Creta.
la Bulgaria ottenne la Tracia.
l'Italia, che era già presente nell'Egeo con i possedimenti del Dodecaneso, ottenne il controllo della quasi totalità della Grecia continentale, oltre alle isole di Corfù, Zante e Cefalonia e alla parte orientale di Creta.
Ad Atene venne instaurato un governo militare greco, sottoposto al controllo della Germania e dell'Italia, alla guida del Generale Tsolakoglu.

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