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MEMORIA
Nelson Cenci

Nelson Cenci

Nelson Cenci è nato nel febbraio 1919 a Rimini. All’età di due anni si trasferisce a Bagno di Romagna poi a Mercato Saraceno, sull’Appennino romagnolo della provincia di Forlì, dove alla mamma è stato assegnato il posto di maestra elementare. A 11 anni, nel 1930, si trasferisce a Milano. Qui prosegue gli studi al Liceo-Ginnasio Carducci che conclude nel giugno 1939.
Iscritto all’Università nella facoltà di Medicina presenta domanda al Distretto Militare come volontario nel Corpo degli Alpini. Il 15 novembre 1940 parte con destinazione Belluno nel 7° Reggimento Alpini. Dopo il primo periodo di istruzione viene inviato, al battaglione universitari allievi ufficiali alla Scuola Centrale Militare di Alpinismo ad Aosta dove consegue il grado di sergente.
Nel luglio 1941 viene assegnato come volontario al Btg. “Val Fella” del 1° Gruppo Alpini “Valle” e partecipa alle operazioni in Montenegro. Rimpatriato nel gennaio 1942 è “comandato” a concludere il corso ufficiali a Bassano. Con la nomina a Sottotenente viene destinato al servizio di prima nomina quale comandante di plotone nella 55^ compagnia del Btg. “Vestone” 6° Rgt. Alpini Divisione “Tridentina”. Il Corpo d’Armata Alpino è in fase di mobilitazione per essere inviato al fronte russo. Il 26 luglio del 1942 la tradotta del “Vestone” parte dalla stazione di Maia Bassa a Merano, destinazione le montagne del Caucaso. Si ritrova invece in linea nella pianeggiante distesa sul fiume Don ed il 1° settembre ha il battesimo del fuoco ed i primi compagni caduti per la riconquista di un caposaldo in località Kotowkji.
Alla fine di ottobre nuovo trasferimento con schieramento sempre sul fiume Don in località Datscha. Qui il giovane ufficiale, ma già esperto di guerra, svolge le sue funzioni con zelo come “naja comanda”. Disposizione degli uomini, delle armi, verifica dei camminamenti, ma anche contatto umano nei momenti di relativa calma. Fra i vari subalterni vi è il sergente maggiore Mario Rigoni Stern, che nel dopoguerra descriverà la stessa esperienza nel suo primo libro “Il sergente nella neve” edito nel 1953, dove compaiono diverse citazioni su Cenci.
Il 16 gennaio 1943 con la grande offensiva russa che minaccia l’accerchiamento del Corpo d’Armata Alpino, l’ordine di ripiegamento. Dieci giorni di drammatiche marce forzate ma anche di sanguinosi combattimenti a Opyt, Seljakino, Nikitowka, Ladomirowka, Malakajewka ed infine il 26 gennaio quello decisivo per rompere l’accerchiamento e sperare nella salvezza ed il ritorno a casa; Nikolajewka. Il sottotenente Cenci con il suo plotone è fra i primi ad entrare in battaglia ma durante l’ennesimo contrattacco rimane ferito ad entrambi le gambe, ed il suo generoso slancio viene riconosciuto con il conferimento della medaglia d’argento così motivata: – Durante un duro attacco ad un forte caposaldo avversario confermava le sue magnifiche doti di combattente sereno, capace e coraggioso, alla testa dei suoi alpini. Gravemente ferito non desisteva dalla lotta che dopo viva insistenza del suo comandante, rammaricandosi con nobili parole di non poter più contribuire all’azione in corso. Magnifica tempra di ufficiale ardito e trascinatore.
Caricato su una slitta ed amorevolmente accudito dall’alpino Lancini, conducente muli nella naja e contadino nel bresciano, proseguono assieme con altri alpini della zona la ritirata fino a Karkov dove Cenci viene caricato sul treno ospedale che lo riporta in patria. Ricoverato nell’ospedale militare approntato nell’ex colonia marina di Loano sulla riviera ligure, qui viene operato e vi trascorre oltre tre mesi di decenza.
Nel giugno 1943 dimesso finalmente dall’ospedale, essendo la casa di Milano distrutta dai bombardamenti, raggiunge i parenti a Rimini. Riprende quindi gli studi interrotti desideroso di laurearsi finalmente in Medicina. La situazione non è semplice e sostiene i primi esami presso le Università di Perugia e Bologna. Poi la decisione di rientrare a Milano e con i risparmi sul suo stipendio di ufficiale affitta una camera alla Casa dello Studente. Nel 1946 finalmente la laurea in Medicina e Chirurgia ed inizia la sua luminare carriera professionale.
L’amore per la professione che considera come una missione lo porta ad un sempre crescente impegno. Specialista otorinolaringoiatra a Pavia nel 1949, quindi fino al 1960 è consulente all’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e assistente nella clinica Otorinolaringoiatrica di Pavia e fino al 1964 anche nella clinica di Milano.

Quindi acquisita la Libera Docenza, è Primario Otoiatra nell’ospedale di Desio poi dal 1965 al 1980 all’ospedale di Varese. Dal 1972 al 1979 è professore incaricato di Clinica Otorinolaringoiatria all’Università di Varese. La sua alta professionalità si traduce in ben 45 pubblicazioni scientifiche ed è spesso relatore ufficiale a vari congressi nazionali della specialità medica. Pur impegnato professionalmente non dimentica, non può dimenticare i “suoi alpini” ed in particolare il conducente Lancini e gli altri “bresciani” che lo hanno condotto ferito fuori dalla sacca.
Con l’età matura si avvicina al campo letterario; i ricordi di gioventù ben intrecciati con quelli della naja e della guerra diventano libri. Nel 1980 la sua prima pubblicazione “Racconti in prima persona”, nel 1981 “Ritorno” con la prefazione del suo sergente maggiore Mario Rigoni Stern, nel 1984 “Le stagioni lontane”, nel 1985 “I grandi silenzi”, nel 1987 “I giorni della solitudine”, nel 1990 “Quello che resta in noi”, nel 1991 “Natali di neve” e nel 2000 “Il passato che torna”.



a un amico lasciato sul Don...


A UN AMICO LASCIATO SUL DON

Non ti ritrovai oltre il fiume
di ghiaccio e di morte,
quella notte di luna,
senza voce di vento
ma con parlare sommesso
tra gli aridi cespugli
ad attendere ombre
per un cammino di speranza.
Non ti vidi sulle piste segnate da croci
nel fragore d'armi e di grida,
dove tempo non v'era
per la pietà e il dolore.
Di questi lontani giorni
perduta è in altri ogni memoria
e sepolte sono le remote ansie.
Ma in questo mutare di cieli
io ascolto il buio
con stelle d'inverno a segnare le notti
e nei sogni dell'alba,
in questi risvegli di sole,
dopo lunghi silenzi ora ti ritrovo nel nostro verde vivere.
Non con la pioggia che batte sui vetri
lacrime di addio
ma con l'azzurro di giovani vite
a salutare il giorno.
Non più mani gonfie di gelo,
volto scavato di fame,
occhi perduti nel vuoto.
Non più scarponi di ghiaccio
a trascinare per strade di neve
il grande desiderio di morte
con l'acuto ricordo di giovani vite
perdute a rattristare il cuore.
Anche se il tempo oscura i ricordi
e qualcosa ogni giorno muore,
sotto queste foglie d'autunno
che coprono nella scavata terra
profumo di nuova erba e di fiori,
sempre viva resta la memoria
di Voi che abitate le notti.


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